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Il parlar 'chiatto' napoletano - Jean Jacques Bouchard

 
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Don Pedro de Toledo
Paracazzo ingegnato
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MessaggioInviato: 27 Mar 2008 - 11:43    Oggetto: Il parlar 'chiatto' napoletano - Jean Jacques Bouchard Rispondi citando

Il Parlar chiatto

“ Abbiamo notato che i Napoletani sono dei gran chiacchieroni, ma che nondimeno non dicono mai niente di valido,incapaci di fare un discorso ordinato e razionale. La loro lingua riflette queste stesse caratteristiche,con un lessico copioso,più ancora del toscano,ricco di un numero infinito di termini particolari per designare ogni minima cosa; e tuttavia è pressochè impossibile fare o scrivere in questa lingua un discorso serio e che abbia ordine e filo logico, e di fatto non c'è scrittore napoletano che sappia mettere tre righe insieme senza infilarci qualche parola da taverna o da bordello: pertanto è solo su questo genere di cose che questa lingua trova la sua utilizzazione, essendo cosi stravagante e ridicola che di qualsiasi soggetto tratti suscita una generale ilarità .

I Napoletani mi appaiono molto spesso privi di raziocinio, per essi vale solo l'aggredirsi a vicenda o vendicarsi a parole prima di azzuffarsi con le mani. Non son punto interessati a prevalere pacatamente con la logica sull'interlocutore, ma di ogni questione fanno un punto di onore o di disonore da vendicare con bocca o con mani.

In primo luogo perchè la maggior parte delle metafore, delle allusioni, parole composte o derivate della lingua dei Napoletani son tratte dalla mangiatoria e dai bisogni corporali, dalla canzonatura e dalle ingiurie, dalla rissa e dalla lite, ed è in questi argomenti che consiste tutta la sua sapidità e veemenza, la grazia e l'abbondanza di lessico di questa lingua; ed io credo che vi siano più parole ingiuriose e di bordello che altro.

Cosi abbiamo notato coi miei compagni che i Napoletani sono dediti alla bocca e al ventre, grandi sfottitori, bestemmiatori, rissosi e spacconi.

Ma ciò che rende questa lingua ancor più ridicola è la pronuncia, giacché i Napoletani parlano non solamente con la lingua, ma con tutto il corpo: avanzando, indietreggiando, piegandosi come se tirassero di scherma, muovendo più spesso le braccia e le mani che la lingua, scuotendo e ruotando la testa come invasati, sbuzzando gli occhi come posseduti, gonfiando le narici, tirando la bocca indietro un buon mezzo piede; in breve non proferiscono mai parola senza usare tre organi tutti insieme, cioè la gola, al fondo della quale fanno nascere e trattengono la voce principalmente sulla 'a' in maniera che quando parlano sembra che gargarizzino”

[nota: qui si riferisce alla 'å' danese o svedese , tendente cioè ad una 'o' come nell'inglese 'mårk'o 'shårk' che oggi in città è quesi scomaprsa e resta nella provincia , quello che fu il contado dei casali di Napoli, la sentiamo ormai solo nella variante tribale di napoletano dei Luciani del Pallonetto a Santa Lucia, delle pruase e zantraglie della Sanità, quelli del Cavone, delle Quartierane, ma solo quando sono incazzate nere e voglion far più paura, è ancora in uso in tutti i comuni vesuviani della cintura interna: Somma Vesuviana, Santa Anastasìa, San Giuseppe Vesuviano,San Genneriello etc, e poi tra i Puteolani e i Torresi -mai avuto sto shock acustico? - ndr]

“Il second'organo che articolano nervosamente è il naso, in cui fanno risuonare per riflesso del fondo della gola le loro parole, sopratutto la 'o', che si compiacciono a far suonare alta,chiara, lunga ed aperta, non avendo per niente questa 'o' chiusa dei Romani: ed è principalmente da questa vocale che si riconosce un Napoletano che volesse spacciarsi per Toscano.

Tirano allo stesso modo di naso, come annusando, la lettera 'n' che tanto lor piace tener nuda di vocale a inizio parola e davanti ad altra consonanate : nce, nnammurato,ngannaccato, ncrastulato, nguajato e cosi via.

L'altro organo che muovono violentemente nel parlare è la bocca, o per meglio dire le labbra, tenute in dentro e aperte il più a lungo possibile per ottener quel 'parlar chiatto' come essi lo chiamano, e che è il loro vero o modo di parlare, per incuter cioè timore e zittire l'interlocutore sin dalle prime battute, il che è per loro massima soddisfazione.

E' un parlar lungo , trascinato,ma forte e alto, sicchè pare che parlino sempre in falsetto, cosa abbastanza esilarante, affettando una certa raucedine nel tono della voce.
La vocale che domina è la 'i', che sta davanti a tutte le 'e' lunghe, cioè accentate : piétto, miérto, liétto , Antuniéllo, ecc. e nella quale trasformano spesso la 'e', tanto all'inizo che alla fine delle parole; quando parlano veloce non vi rendete conto che delle 'i' , perche' le 'e' sono tutte come la 'e' muta della nostra lingua di Francia e cosi le parole sono tutte incatenate e sembrano una sola. La velocità di eloquio è fulminante e ho notato che più sono aggressivi, più parlano velocemente legando tutte le parole .

La 'a' la tengono lunga e oscura come una 'o' quasi, la pronunciano di gola, e la 'o' la fanno risuonare alta e chiara. In breve, il loro parlare è un continuo concerto di gravi e di acuti, di 'forte' e di 'piano', di leggero e di lento, ed è sufficente sentir parlare un Napoletano adirato per farsi passar la malinconia e rider a crepapelle.”

Jean Jacques Bouchard [1606-1641]
Letterato francese ed editore

A Napoli nel 1632; dal suo diario: Voyage dans le Royaume de Naples

Estratto da : Atanasio Mozzillo, Il Napoletano.
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Don Pedro de Toledo

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