Hidalgo Velázquez Scarda di cesso


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Inviato: 22 Mar 2008 - 20:29 Oggetto: Triplice omicidio, l'ex boss Misso si accusa |
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NAPOLI - Vennero uccisi su ordine del boss della Sanità Giuseppe Misso ’o nasone. Vennero puniti a colpi di piombo per aver osato sfidare il mammasantissima montando nel suo regno un palco dove avrebbe dovuto tenere un comizio il candidato del partito socialista che il padrino si era rifiutato di sostenere in occasione di una delle tornate elettorali della prima Repubblica. Sono trascorsi ventiquattro anni e mezzo dalla mattina in cui Ciro Lollo, Domenico Cella e Ciro Guazzo caddero vittima di un agguato di camorra, e la verità è finalmente emersa. I Giuliano non hanno mentito. Non hanno raccontato bugie quando, all’indomani del loro pentimento, hanno puntato l’indice contro Giuseppe Misso. Fu lui a chiedere la loro testa, ed è lui, oggi, a confessarlo, a spiegare all’Antimafia i retroscena di quell’agguato consumatosi in via Santa Teresa degli Scalzi, poco lontano dal Museo Nazionale. L’accusa, l’autoaccusa, è cristallizzata in un verbale top secret, uno di quelli che sarà consegnato alla storia non appena verrà ufficializzato il pentimento di ’o nasone. Lui, il padrino, la scelta di “cambiare vita”, l’ha fatta. La procura gli ha teso una mano, e per dimostrare la sua buona volontà, Giuseppe Missi (così registrato all’anagrafe per un errore) non ha esitato a consegnare agli inquirenti verità nascoste sugli amici di un tempo (è il caso del gioielliere Gennaro Palmieri in carcere dallo scorso 29 gennaio per associazione di stampo mafioso) e su persone insospettabili (come il consigliere regionale ex Pd Roberto Conte indagato a piede libero per una vicenda, tutta da verificare, di voti di scambio risalente al 2000 quando si candidò con la lista ‘Federazione Verdi’ per un posto da consigliere a Palazzo Santa Lucia).
Ma soprattutto non ha esitato a parlare di sé, della sua vita da camorrista. Assassinii commessi in prima persona e agguati ordinati: è un lungo elenco di morti e di vittime miracolate, quello che l’Antimafia stringe tra le mani. Il triplice omicidio del 14 settembre del 1983 è uno dei primi fatti di sangue di cui Misso ha parlato. Uno dei primi episodi per i quali si è professato colpevole. Era l’una del mattino quando il commando entrò in azione: Lollo, Cella e Guazzo erano tutti a bordo di una Volkswagen ‘Jetta’ con la quale si stavano dirigendo verso Capodimonte. Un furgone affiancò la vettura e con un’improvvisa manovra la bloccò verso il marciapiede. Furono istanti. Dal camioncino partirono raffiche di fucili caricati a pallettoni e colpi di pistola. Lollo (36 anni) e Cella (25 anni) morirono sul colpo, Guazzo (32 anni) invece era ancora vivo quando giunsero i soccorsi, morì durante il tragitto verso l’ospedale “Pellegrini”. I Giuliano furono i primi a parlare di quell’esecuzione, i primi ad aver “condannato” Giuseppe Misso.
Ma la giustizia no, la giustizia non ‘affibbiò’ al boss della Sanità l’etichetta di colpevole. Perché non c’erano prove. Perché le dichiarazioni degli ex signori di Forcella erano prive di riscontri. Il riscontro oggi è arrivato, ma è troppo tardi. Per quei fatti Giuseppe Misso è stato già processato, ed è stato assolto. Assolto al termine di una complessa istruttoria dibattimentale. Assolto in via definitiva. Il procedimento non potrà più essere riaperto, la legge non fa eccezioni. Neppure in caso di un palese ‘errore’.
La resa dell’uomo e del camorrista
Due ragioni dietro il ‘pentimento’
NAPOLI (maga) - Quando ha visto tutti i suoi amici finire in prigione, e quando ha appreso la notizia del pentimento dei nipoti ai quali aveva consegnato la sua eredità di camorrista, ha capito che era finita. Il clan Misso era finito. Soprattutto, lo era il suo tempo. Nulla avrebbe potuto riportare agli antichi fasti la cosca di Largo Donnaregina. L’Antimafia aveva vinto la sua battaglia, e per lui andare avanti non avrebbe avuto più senso. Un boss non lo era più: il suo regno si era prima sgretolato sotto i colpi delle inchieste della magistratura, ed era stato demolito poi dalla guerra di camorra scoppiata con i ‘ribelli’ guidati da Salvatore Torino ’o gassusaro. Inutile ostinarsi a professarsi innocente e a ripetere nelle aule di giustizie che nella sua vita è stato solo un grande rapinatore. Giuseppe Misso ’o nasone si è arreso per questo, perché come camorrista non aveva più alcun futuro. Davanti a sé solo una lunga detenzione, per di più in regime di carcere duro: i nipoti avevano iniziato ad accusarlo di omicidi, e l’Antimafia stava lavorando per confezionare una nuova inchiesta a suo carico. E’ tutto scritto lì, in uno dei primissimi verbali di interrogatorio sottoscritti dall’ex padrino della Sanità all’indomani dell’inizio della collaborazione con la giustizia.
Giuseppe Misso è un fiume in piena. Racconta la sua storia, di uomo e di malavitoso, e spiega all’Antimafia le ragioni della sua scelta di “cambiare vita”. C’è un motivo personale, e uno ‘criminale’. Due facce di una stessa medaglia. Ha due figli, Giuseppe Misso. Due figli che lui vuole vedere, vedere crescere e il carcere duro non glielo consentirebbe. Con i benefici previsti dalla legge per i collaboratori di giustizia, invece, la possibilità di poter aver un qualche ruolo nella vita dei suoi ragazzi è più concreta.
E lui, Giuseppe Misso, sessant’anni il prossimo sei luglio, non vuol perdere altro tempo. Più complessa la ragione ‘criminale’ sottesa alla scelta di pentirsi. Si è sentito “sconfitto”, l’ex boss della Sanità. Battuto dagli inquirenti e dagli eventi. Soprattutto dagli eventi. Quando a comandare era lui, nel suo regno la droga non entrava, né venivano commesse estorsioni. Poi, dal 1999, data che ha segnato il suo ingresso in prigione, la storia è cambiata. I nipoti hanno preso in mano il potere e il traffico di stupefacenti è diventato il motore dell’economia della famiglia. Impossibile cambiare le regole del gioco, impossibile anche per lui che era pur sempre il capo. Nel 2003, per un breve periodo, riconquistò la libertà, ma ormai non contava più nulla: tornare indietro era un sogno irrealizzabile, la macchina era già rodata. Ai nipoti lasciò percorrere la sua strada, osservandoli da vicino e poi dal carcere, dove fece ritorno per un’accusa di associazione di stampo mafioso. Per il clan fu un lento declino. La guerra di camorra con i Torino ne ha sancito la scomparsa. Giuseppe Misso non era più un boss, ma solo un anziano camorrista detenuto. E alla fine il padrino ha deciso di pensare per sé.
Il padrino non pagherà mai per quel raid di 25 anni fa
NAPOLI (maga) - Il caso non potrà essere riaperto, benché ora la verità sia venuta fuori: Giuseppe Misso ’o nasone non pagherà mai per il raid assassino costato la vita a Ciro Lollo, Domenico Cella e Ciro Guazzo. Per questi fatti l’ex boss della Sanità è stato già giudicato, processato dinanzi ai giudici della Corte d’assise e assolto, assolto con sentenza definitiva. La legge sul punto è chiara: se il verdetto di innocenza è arrivato al termine di un processo, ordinario o abbreviato che sia, l’azione penale non potrà essere esercitata di nuovo nei confronti della persona scagionata. Neppure in caso di confessione piena da parte del responsabile.
Cronache di Napoli 22/03/2008 |
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