Ferrante della Marra Assorbente di pruvasa


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Inviato: 20 Mar 2008 - 11:58 Oggetto: Giuseppe D'Avanzo: Barbarie nella città morente |
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La Repubblica online - 1 novembre 2006
il commento
Barbarie nella città morente
di Giuseppe d'Avanzo
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Sono par ole di gr ande sag gezza (e pi età e parte cipazione) quelle che sono fiorite sulle lab bra di Giorgio Nap olitano. "Sto vivendo con ango scia questi giorni tra i peg giori di Napoli - ha detto il Ca po dello Stato - . Giorni di em ergenza non solo crim inale, ma am bientale, sociale e culturale". Queste poche, appas sionate parole liqui dano, come per un tratto di penna, l'inse nsato ba ttibecco "esercito sì, esercito no" che pare ess ere il solo oriz zonte nel diba ttito pub blico in cui siste mare, per minimi zzarla, una tra gedia più gr ande, più dolo rosa, più spavente vole. Napoli è una città in putrefa zione.
Una cit tà more nte, anni chilita, una cosa m orta. La ricetta polizi esco-giudi ziaria, più "retate", più ma nette, più car cere, (pur neces saria) non potrà darle soll ievo come non dà rimedio a un ma lato terminale un bicc hiere d'acqua. Cri mine, am biente, so cietà, cultura, ci ric orda il pres idente della Repub blica, sono altret tanti capitoli che nascon dono a Napoli un pro blema irrisolto e una c risi catast rofica di iden tità e di spe ranza. E sarebbe una buon a procedura, un passo nec essario se, prima di trovare le risp oste (ammesso che ce ne siano), prepar assimo almeno il ter reno tentan do di capire di che cosa stiamo parl ando.
Stiamo parlando di un acutizzarsi di una mortale battaglia tra bande criminali, forse? Parliamo di camorra? A Napoli città nemmeno esiste la camorra, se intendiamo con questa formula un'organizzazione piramidale e gerarchica, invasiva nelle attività economiche, pervasiva nella società, aggressiva o complice della politica. Questa camorra è morta, si è disintegrata come uno specchio caduto in terra. Al suo posto imperversano piccoli e voraci gruppi di gangster metropolitani.
Spesso poche decine di uomini imparentati che presidiano uno spicchio di città - un caseggiato, una piazza, un viale, due strade - nell'ambizione di ottenere da quel territorio, in primis con lo smercio a basso costo di cocaina, il poco necessario, il moltissimo superfluo e soprattutto il riconoscimento "criminale" del potere conquistato.
Se parlassimo di questo, soltanto di questo, ci sarebbero argomenti per credere che anche questa nottata, come altre nottate del passato, passerà. Purtroppo, non è di questo che stiamo parlando. Non è di questo che dovremmo soltanto parlare.
L'altro giorno un ragazzo di sedici anni, non un gangster, ma un ragazzetto normale, ben nato e ben istruito, amato dai suoi e da chi lo ha conosciuto, ha accoppato un suo coetaneo e ridotto malissimo un altro. Se ne andava in giro con un coltello in tasca e affrontava la vita con in testa un solo "punto di vista", la violenza, la sopraffazione, la distruzione dell'altro. Non parliamo di camorra, allora.
Parliamo della solitudine di quel ragazzetto diventato assassino a sedici anni. E' una solitudine di cui ciascun napoletano fa esperienza ogni volta che mette la testa fuori di casa. Ogni napoletano sa oggi di poter contare, qualsiasi cosa faccia, soltanto su se stesso per sopravvivere al disordine, alla violenza, all'abuso, all'intimidazione, alla cupezza. Si è abituato ad attribuire il destino nero della città, la sua invivibilità e caoticità, l'assenza di ogni cooperazione fiduciosa e di autodisciplina all'altro. Che diventa il nemico, a cui sopravvivere, a cui infliggere appena possibile un danno.
E' in questo clima ferino che vivono i napoletani, è questo spirito animale che li ha "modificati". Questa solitudine, un inestinguibile risentimento, un conflitto permanente e irriducibile aprono un varco - "psico-fisico", è stato definito - attraverso cui si allarga sull'intera città la subcultura violenta, inumana, brutale della plebe metropolitana. La plebe è stata sempre a Napoli un incubo. Per paura della plebe, della sua violenza, la borghesia napoletana ha inventato addirittura un linguaggio e un dialetto addolcendo il napoletano tosto e aspro, facendone "un flauto suadente" buono per cantare, scrivere poesie e recitare in teatro come nella vita quotidiana quella recita istituzionalizzata che il napoletano verace, che è la napoletanità, una "sovrastruttura" sì, ma capace - come sempre ha ripetuto Raffaele La Capria - di combinare il miracolo di "far convivere gli opposti". E' quella plebe metropolitana che la politica di qualsiasi segno, dal paternalismo di Achille Lauro e fino al "populismo" di Antonio Bassolino, ha blandito nell'illusione di governarne gli impulsi.
Oggi è questo mondo, questa ideologia, quel mito, questo miraggio politico che ha collassato.
Non ci sono più "le due città", quella plebea e quella "illuminata". La popolare e la colta. Non c'è più differenza tra plebe metropolitana delle periferie e del ventre cittadino - distruttiva, autodistruttiva, aggressiva - e l'élite borghese colta aggrappata a eccellenti modelli culturali. L'intera città si è fatta lazzara. Dalle periferie quella subcultura ha conquistato il cuore della città e occupato il "centro". La plebe ha vinto.
Diventata culturalmente plebea Napoli è diventata "uno scarto" del Paese. Come quel ragazzetto per bene con il coltello in tasca, non crede più in nulla e può indursi a credere in ogni cosa. I napoletani appaiono oggi, come sempre la plebe, irresponsabili, privi di riferimento (e speranza), privati di un'identità, senza alcuna aspettativa da condividere con gli altri, senza alcuna prospettiva di guardare il mondo o di trovarsi, nel mondo, un posticino decente. Ha ragione il Capo dello Stato. La nottata sarà molta lunga e, se non si affronta la crisi sociale e culturale con l'emergenza criminale, sarà una notte che passerà invano.
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